Article 28 febbraio 2022

Associazione tra disturbi del sonno e Alzheimer: ora sappiamo perché

L’Alzheimer, si sa, è il tipo di demenza senile più comune. D’altronde, secondo il Rapporto Mondiale Alzheimer, circa il 75% dei 55 milioni di casi nel mondo non ha una diagnosi ufficiale. Ad oggi, questa condizione colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni di età e in Italia si stimano circa 500 mila malati.

Sappiamo quali sono i sintomi più comuni: problemi di memoria, di pensiero e di comportamento. In genere, si sviluppano lentamente e peggiorano con il passare del tempo, a tal punto da diventare talmente gravi da interferire con le normali attività quotidiane.

La progressione della malattia è imprevedibile e le persone affette, in media, vivono per altri sette anni dopo la diagnosi.

In concomitanza con la progressione della malattia si osserva l’accumulo di un peptide – la β-amiloide-42– che il cervello dei pazienti con la malattia di Alzheimer sembra non essere capace di “ripulire”.

Negli ultimi anni è stata osservata una sempre più evidente correlazione tra le demenze senili ed i disturbi del sonno (insonnia, apnee ostruttive, sindrome delle gambe senza riposo…) e le ricerche sono proseguite nel tempo, al fine di identificare l’ancora sconosciuto meccanismo alla base.

La grande rivelazione arriva da uno studio del Rensselaer Polytechnic Institute, frutto della collaborazione tra Stati Uniti e Cina, poiché, appunto, esso ha dimostrato che il fattore di causalità della malattia risiede nella capacità del cervello di “cancellare” la proteina β-amiloide-42, capacità che è risultata dipendente dal ciclo circadiano.

Di cosa si tratta?

Il ritmo circadiano è il nostro “orologio biologico” che ha, per l’appunto, una durata di 24 ore. Questo meccanismo si adatta alle diverse fasi della giornata, regolando diversi processi fisiologici, quali i livelli ormonali, il ritmo sonno-veglia, la pressione arteriosa, la temperatura corporea, ecc. Cosa succede nel processo di rimozione della “proteina cattiva”? Chi interviene?

Sono le cellule immunitarie del cervello – nello specifico i macrofagi – gli addetti alla clearance delle proteine amiloidi. Misurando l’attività di queste cellule fagocitiche, gli studiosi hanno scoperto che esse eliminano l’amiloide in un ciclo giornaliero oscillante e controllato dai ritmi circadiani. Inoltre, hanno osservato che quando le cellule perdono quel ritmo, il ciclo giornaliero scompare. Perché?

È questo il perno portante dello studio: sulla superficie delle cellule immunitarie è presente una molecola, l’eparan solfato, la cui quantità varia a seconda del ciclo circadiano. Questa molecola è coinvolta nell’eliminazione delle proteine β-amiloidi: più è presente e più viene meno la capacità fagocitica dei macrofagi.

Quanto è importante questa scoperta?

Capire come il ritmo circadiano può agire sulla regolazione dei livelli di eparan solfato espresso sulla superficie dei macrofagi per controllare l’accumulo di β-amiloide può portare allo sviluppo di cronoterapici in grado di alleviare i sintomi dell’Alzheimer, ma anche di altre malattie infiammatorie. Dunque, l’eparan solfato potrebbe rappresentare un target per le terapie future nella cura dell’Alzheimer e di altri stati infiammatori.

Certamente, dal momento che si è più consapevoli del legame che sottende le alterazioni del ciclo circadiano e la comparsa dell’Alzheimer, si potrebbe pensare a come sfruttare queste conoscenze in futuro nell’implementazione di attività di prevenzione, visto che le interruzioni del sonno iniziano anni prima della manifestazione dei sintomi della malattia.

Quanto tempo ancora ci vorrà non lo sappiamo, ma per ora è certo che la strada da imboccare è stata spianata.

Commenti


Marta 03.02.2022

Grazie, articolo utile

luana 03.06.2022

Articolo molto interessante ,che apre uno spiraglio su possibile terapia.. E ancora di più spinge a trovare rimedi all'insonnia.

Pasquale 03.06.2022

Grazie, articollo molto stimolante , speriamoinuna rapida ricadute terapeutica

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