L’incidenza delle forme di demenza senile ha un impatto sempre crescente sulla popolazione generale, a causa del progressivo aumento della durata di vita media. I trattamenti farmacologici, ad oggi disponibili, non sono in grado di garantire una remissione dalla malattia. Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori statunitensi, pubblicato su Nature, ha rivelato l’esistenza di due fattori chiave nel liquido cerebrospinale in grado di spostare indietro nel tempo le lancette dell’orologio di un tipo di cellule neuronali: gli oligodendrociti. Questa importante scoperta apre la strada a future prospettive di cura che potranno davvero migliorare la vita dei pazienti che sono affetti da demenza o da malattie neurodegenerative

Le demenze senili rappresentano una delle maggiori cause di disabilità nella popolazione generale. Sono patologie con un’incidenza sempre crescente a causa del progressivo invecchiamento della popolazione generale ed hanno un notevole impatto sugli aspetti sociosanitari.
Nel 2010, sono state calcolate 35,6 milioni di persone affette da demenza, con stima di aumento nel 2030 e nel 2050, rispettivamente del doppio e del triplo. Il maggior fattore di rischio per l’insorgenza delle demenze è l’età: basti pensare che nei Paesi industrializzati la prevalenza è di circa dell’8% negli ultrasessantacinquenni e aumenta fino al 20% dopo gli ottant’anni.
Purtroppo, i dati sono destinati ad aumentare, piuttosto che a diminuire, e questo a fronte di terapie farmacologiche, attualmente disponibili, non ancora risolutive.
Ma se avessimo a disposizione un trattamento terapeutico capace di ringiovanire il cervello, a che percentuale di calo di incidenza delle malattie neurodegenerative e delle diverse forme di demenza assisteremmo a livello mondiale?

La possibilità di poter usufruire di approcci terapeutici efficaci per il trattamento di malattie caratterizzate da un deficit della memoria, fino ad oggi, sembrava ancora lontana, ma un recentissimo studio, condotto dai ricercatori dell’Università di Stanford e pubblicato su Nature, apre la strada a prospettive di cura future in grado di spostare indietro nel tempo le lancette dell’orologio biologico delle cellule neuronali e a farci pensare che un giorno questo sarà possibile.

Infatti, seppur questi studi siano stati condotti su modelli animali, i risultati, essendo molto promettenti, potranno essere traslati nell’uomo.
Gli scienziati statunitensi dalla loro ricerca hanno dedotto che se si va ad iniettare del liquido cerebrospinale prelevato da topi giovani di dieci settimane in topi più anziani di 18 mesi, si verificano dei miglioramenti a livello neuronale nel circuito implicato nella funzione della memoria.
Nello specifico, è stato osservato che il liquido cerebrospinale (il liquor, una sostanza liquida che protegge il cervello all’interno del cranio) va ad aumentare la rigenerazione di un tipo cellulare neuronale, gli oligodendrociti, e la produzione di mielina (una sostanza lipidica che protegge le cellule nervose), poiché vanno a stimolare maggiormente le cellule precursori degli oligodendrociti all’interno dell’area cerebrale dedicata alla funzione della memoria.
Approfondendo la ricerca, gli scienziati hanno scoperto che questo potenziamento della stimolazione degli oligodendrociti avviene per mezzo di vie di segnalazione attivate nel liquido cerebrospinale giovane da un fattore di trascrizione, SRF, e da un fattore di crescita, Fgf17. I risultati hanno, infatti, dimostrato che nei soggetti anziani diminuisce l’espressione di questi due fattori. In particolare, Fgf17, che induce la segnalazione di SRF, se infuso in modelli anziani, produce gli stessi effetti che si ottengono dall’infusione del liquido cerebrospinale prelevato da modelli giovani.

Dunque, i ricercatori sono riusciti a identificare i fattori chiave nel processo di ringiovanimento del cervello.
Se, ad oggi, le cure esistenti per il trattamento delle diverse forme di demenza non sono in grado di garantire la remissione dalla malattia, la notizia di questo importante risultato scientifico ci fa ben sperare.
Grazie a questa importante scoperta, sarà possibile mettere a punto dei nuovi farmaci indicati nel trattamento di malattie neurodegenerative e di forme di demenza, che contribuiranno alla cura e al miglioramento della vita dei pazienti affetti da queste patologie, e anche dei loro familiari e/o caregiver.