Article 19 settembre 2022

Studi preclinici predicono una nuova strategia terapeutica per la cura dell’Alzheimer

La malattia di Alzheimer è la forma di demenza senile più comune ed è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da Alzheimer Disease International una priorità mondiale di salute pubblica.
Essa, infatti, insieme alle altre demenze, rappresenta la settima causa di morte nel mondo. Nella maggior parte dei casi (il 99%), la malattia di Alzheimer esordisce dopo i 65 anni ed è sporadica, cioè si manifesta come un “evento isolato” in un gruppo familiare. Nell’1% dei casi, invece, la malattia si presenta in età presenile in più componenti della stessa famiglia.
L’eziopatogenesi è in gran parte sconosciuta, ma la sua insorgenza è spesso associata all’alterazione del metabolismo di una proteina, la proteina precursore della beta amiloide (APP) che, per ragioni sconosciute, inizia ad essere metabolizzata in modo alterato, portando alla formazione della beta amiloide, una sostanza neurotossica che si accumula lentamente nel cervello, inducendo ad una progressiva morte neuronale.

Le terapie farmacologiche finora messe in atto non hanno ancora portato, purtroppo, ai risultati sperati, in quanto ancora non si riesce a contrastare la malattia in maniera efficace, oltre che prevenirla. D’altronde, la ricerca scientifica focalizzata sulla malattia di Alzheimer ha portato alla scoperta che per guarire le persone che ne sono affette non è sufficiente soltanto impedire o rallentare la formazione di aggregati di beta amiloide, ma è importante inibire contemporaneamente gli effetti neurotossici della proteina.

Un nuovo interessante studio, pubblicato su Molecular Psychiatry ed eseguito da un gruppo di ricercatori della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, in collaborazione con i colleghi dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha dimostrato come la somministrazione per via intranasale di un piccolo peptide, sintetizzato in laboratorio a partire da una variante naturale della proteina beta amiloide, sia efficace, in un modello animale di malattia, ad inibire l’aggregazione della proteina beta amiloide ed anche i suoi effetti neurotossici, alla base della patologia.
Questa nuova strategia, sperimentata, quindi, in studi preclinici, si basa su un’antecedente scoperta degli stessi ricercatori, che avevano già osservato come la variante della proteina beta amiloide, presente naturalmente nei soggetti predisposti allo sviluppo della malattia, sia in grado di proteggerli dall’Alzheimer, prevenendola o arrestandone la progressione. Partendo, dunque, dalla variante di questa proteina, gli scienziati hanno potuto sintetizzare la molecola, un peptide di soli sei amminoacidi, che hanno utilizzato nello studio.

I risultati della ricerca sembrano essere promettenti. La somministrazione intranasale del peptide potrebbe essere in grado, in futuro, di proteggere le sinapsi nel cervello dagli effetti neurotossici della beta amiloide, oltre che di inibire la formazione di aggregati della proteina stessa.
I vantaggi che l’implementazione di questa terapia apporterebbe riguardano anche i bassi costi di produzione del composto chimico, rispetto a quelli richiesti per la realizzazione di altri approcci terapeutici potenziali per l’Alzheimer, come gli anticorpi monoclonali, ed una riduzione degli effetti collaterali. Anche la semplicità e la scarsa invasività del trattamento sono punti a favore di una terapia che potrebbe migliorare di gran lunga la vita delle persone predisposte allo sviluppo o alla progressione di questa patologia.

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