Pubblicato il: 7 Gen 2021

Gargiulo: “Troppa impreparazione e confusione nella gestione della pandemia”

Danilo Ruggeri

Inauguriamo la nuova rubrica “Intervista” in cui Clinical Network incontrerà diversi esponenti del mondo sanitario, dalla Medicina, alle Istituzioni, all’Industria farmaceutica, alle Associazioni dei pazienti, per raccogliere dalla viva voce di questi stakeholders idee e valutazioni sull’assistenza sanitaria italiana attuale e prossima ventura.  

La nuova iniziativa non poteva non partire da un personaggio che riveste il duplice ruolo di medico e divulgatore scientifico, il dottor Carlo Gargiulo, medico di medicina generale a Roma, a cui abbiamo chiesto un parere su vari aspetti dell’emergenza rappresentata dell’infezione da SARS-CoV-2, un evento che ha per molti versi ridefinito comportamenti sociali e ha fatto emergere pecche e nuove necessità nell’assistenza e nell’organizzazione sanitaria. 

Dottor Gargiulo, Lei come medico che cosa ha pensato quando è esplosa l’epidemia?

“Mi sono preoccupato molto fin dall’inizio perché le notizie che arrivavano dalla Cina relative all’isolamento di qualche milione di persone descrivevano uno scenario di guerra, a me noto in luce della mia esperienza come medico militare: isolare completamente una simile fetta di popolazione significa stendere uno spiegamento di forze molto complesso da mettere in atto. Per cui già questa risoluzione era spia di una situazione grave. E pensando come sia difficile comprendere gli spostamenti della popolazione del “celeste impero” e data la scarsità di notizie che arrivavano in quei primi giorni di allerta, ho inizialmente consigliato alle persone a me più vicine di fare particolare attenzione nel frequentare locali cinesi, dai negozi ai ristoranti. Si trattava di un consiglio dettato dalla paura che qualcuno potesse essere rientrato da Wuhan senza controlli, una precauzione che nulla aveva a che vedere con razzismo o volontà di ghettizzazione, ma che andava nella direzione di esortare alla cautela. 

“Era già dunque evidente da subito che la situazione era preoccupante, ma quello che davvero mi ha allarmato di più è stata la disorganizzazione italiana nell’affrontare immediatamente questa minaccia globale. Per questo mi sono organizzato cercando di mettere in campo quel minimo di buon senso che le istituzioni avrebbero dovuto avere per cercare di limitare il diffondersi del virus”. 

In che senso, dottore?

“Abbiamo subito limitato al massimo le attività dello studio, con l’intento di proteggere sia i pazienti sia il personale. Abbiamo cercato di seguire il più possibile i nostri assistiti ricorrendo al telefono e alle email. Ci siamo accordati anche con la farmacia vicino allo studio in modo da garantire la consegna a domicilio dei farmaci ai pazienti anziani, previa consegna da parte dello studio delle ricette prescritte. Siamo così riusciti a realizzare un’assistenza efficiente ai pazienti bloccati dal lockdown. Sono comunque stato presente in studio tutti i giorni durante la fase di chiusura totale, visitando nella maniera più sicura qualche paziente quando possibile. 

“L’uso di dispositivi di protezione individuale e gli ingressi programmati in studio sono accorgimenti cautelativi che continuano anche oggi e hanno finora permesso di evitare che io o il personale venissimo contagiati dal nuovo coronavirus. 

“Da poco su richiesta della ASL abbiamo anche attrezzato una struttura esterna – un gazebo- alla sala d’attesa dello studio, nella quale, in fasce orarie differenziate, vengono effettuati i tamponi rapidi. Ho cercato, in sostanza, di organizzare in modo attento l’attività di studio per garantire un’assistenza ottimale ai miei pazienti2. 

Come giudica la gestione dell’emergenza in Italia?

“La gestione dell’emergenza, a mio giudizio, è proprio il tallone d’Achille dell’assistenza sanitaria a livello nazionale. Forse se la gestione fosse stata demandata subito all’esercito, i risultati avrebbero potuto essere migliori. Credo che si sarebbero dovuti precettare tutti i medici del Servizio Sanitario Nazionale e farli passare sotto il coordinamento della struttura militare, in grado di muoversi velocemente e spostare le forze dove sono più necessarie, lavorando in sicurezza. 

“Quello della sicurezza è un punto dolente. All’inizio della pandemia ho dovuto, come praticamente la stragrande maggioranza dei colleghi, acquistare personalmente i DPI come guanti e mascherine che ho cercato di reperire già da febbraio, ordinandole online.

“E oggi ricevo dalla ASL email in cui si comunica la disponibilità settimanale di DPI che consistono in 6-8 mascherine, 4 paia di guanti, un paio di calzari, un camice e un mascherina FFP2 per ogni UCCP, le unità complesse di cure primarie. La situazione per quanto migliorata non è ancora soddisfacente.

“Per i tamponi rapidi, poi, la Protezione Civile fornisce come DPI una tuta, una visiera, le mascherine, ma non i guanti, che, invece, sono indispensabili per eseguire la procedura. Parliamo cioè di una struttura che dovrebbe essere agile, veloce, pronta ed efficace, ma che mostra delle evidenti lacune in termini di organizzazione. 

“Il mio pensiero non può non andare a tutti quei medici e infermieri che hanno perso la vita per prodigarsi nell’assistenza ai malati con Covid-19 pur in assenza di adeguati strumenti per la protezione individuale”.

A quasi un anno dall’inizio di questa emergenza planetaria, come definirebbe da un punto sanitario la situazione nel nostro paese nella gestione del Covid?

“Il termine che mi viene in mente di primo acchito è impreparazione. Nelle prime settimane della pandemia ero stato invitato alla trasmissione Uno Mattina nel corso della quale mi era stato chiesto che cosa fare con le mascherine, usarle o no?  Io suggerii che nel dubbio era un’azione di buon senso utilizzarle comunque. Erano i giorni in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità stessa ne metteva in discussione l’utilità, alla luce di una mancanza di lavori scientifici che ne documentassero l’efficacia nel prevenire o comunque ridurre il possibile contagio. Bisognerebbe ricordare che non esistono nemmeno studi evidence based dell’efficacia del paracadute, ma non credo che qualcuno si lancerebbe da un aereo senza. In queste circostanze l’atteggiamento fideistico verso il dato scientifico dovrebbe essere moderato dal buon senso. Se le mascherine ci hanno protetto, per quello che hanno potuto, durante l’asiatica e durante la spagnola forse i lavori scientifici in alcuni ambiti non sono così determinanti. 

“Il vero problema è che ci si è trovati ad affrontare un’emergenza senza un avere piano strutturato che avrebbe dovuto essere pronto e conosciuto nei suoi dettagli prima della comparsa di questa minaccia. E’ una regola che in piccolo metto in pratica io stesso quando devo condurre o moderare un programma o una tavola rotonda: tutto deve essere preparato in anticipo, dalla scaletta dettagliata con tempi degli interventi, alle domande e ad argomenti di riserva perché l’imprevisto è dietro l’angolo: basta che salti un collegamento o che una telecamera o un microfono abbiano un problema per trovarsi in serie difficoltà senza riuscire a gestire la criticità. Avremmo dovuto cioè avere un piano pandemico efficace, ben conosciuto per un’implementazione immediata, ma l’ultimo piano pandemico risale al 2006. Non eravamo preparati in sostanza. 

“La mia sensazione è qualcuno si sia adagiato sugli allori dell’era antibiotica. La presenza di questi farmaci ha fatto, nel tempo, considerare le malattie infettive tutto sommato meno preoccupanti di altre, come i tumori. In realtà le malattie infettive, come ci dimostra questa pandemia, sono estremamente pericolose, più di qualsiasi altra patologia, perché la diffusione e la letalità può risultare ingestibile”.

Altre criticità? 

“Non posso non sottolineare il grande problema della medicina del territorio che è stata devastata negli ultimi anni da scelte poco lungimiranti. Ad esempio, sono state realizzata aggregazione polifunzionali con un numero di medici spropositato. Personalmente, sono del tutto contrario a queste aggregazioni: uno studio in cui orbitano dieci medici non è uno studio funzionale perché il rischio è quei medici siano presenti una volta ogni dieci giorni. Il rapporto del medico di famiglia con il suo assistito è particolare e non può essere che così. Sarebbe stato molto più utile realizzare delle aggregazioni telematiche. Immaginiamo dieci studi medici ciascuno con un medico in collegamento con gli altri nove: se un paziente si dovesse trovare nelle vicinanze di uno di questi studi, collegati in rete tra loro, potrebbe trovare una risposta al problema insorto in quel momento senza necessariamente doversi recare dal proprio medico di medicina generale. Un’organizzazione del genere sarebbe coerente con l’ottica di una medicina territoriale capillare: il paziente non ha bisogno di andare in una determinata Casa della Salute, magari localizzata in centro con tutta una serie di problemi come parcheggio, traffico, affollamento, problemi ancor più rilevanti oggi con la pandemia. 

“Parlando poi dell’abbandono della medicina del territorio a sé stessa in questa pandemia, va denunciata la mancanza tempestiva della diffusione di protocolli e linee guida ministeriali da seguire. Le prime linee guida ufficiali del ministero della Salute sono arrivate a novembre 2020. Ci ricordiamo tutti dei dubbi su quali farmaci usare al domicilio, azitromicina sì o no? idrossiclorochina funziona? eparina a basso peso molecolare da subito? quando utilizzare il cortisone? Insomma, è stata demandata ai singoli medici una scelta che avrebbe dovuto essere dettata da raccomandazioni decise a livello istituzionale con puntualità da parte di una task force man mano che si accumulavano nuove evidenze.

Che ne pensa della campagna vaccinale in atto?

“Viste le premesse non posso che essere preoccupato. Abbiamo visto come sia bastata una nevicata per ritardare la consegna delle prime dosi. Si è cioè creata una campagna mediatica impressionate del tutto fuori luogo. In Italia sono state vaccinate nei primi tre giorni circa 30.000 persone. Si spera che le cose migliorino perché se mantenessimo questo ritmo in un mese si vaccinerebbero 300 mila persone, quindi 3,6 milioni in un anno e per arrivare a 60 milioni ci impiegheremmo 15 anni!  

Le istituzioni hanno deciso di ricorrere a gazebo biodegradabili a petalo di fiore, le famose primule disegnate dall’architetto Boeri come centri per vaccinare la popolazione. Ma c’era proprio bisogno di queste strutture? Non sarebbe stato possibile ricorrere a strutture esistenti, come ad esempio quelle militari che assicurano anche un senso di serietà alla vaccinazione? A sottolineare l’efficienza militare, vale la pena ricordare come l’esercito abbia realizzato ospedali da campo in pochi giorni per aumentare i posti di terapia intensiva. Una campagna che cerchi di convincere il maggior numero possibile di italiani a vaccinarsi è certamente importante, ma deve trasmettere un senso di serietà e affidabilità”.

Va al proposito sottolineato come ha recentemente denunciato sul Messaggero il portavoce della Filiera degli Eventi Unita (Feu), associazione che tutela la categoria del settore degli eventi, che i 1500 gazebo previsti si stima abbiano un costo per gli italiani di circa 150 milioni di euro, un aggravio di costi non indifferente in un momento di grande criticità economica per il paese.

A proposito di vaccinazione, si sente parlare di medici contrari a questa pratica. Lei che cosa ne pensa?

“Credo che un medico del Servizio Sanitario Nazionale abbia l’obbligo morale di seguire le indicazioni del ministero della Salute. Si può essere d’accordo sull’esprimere delle critiche relative a disposizioni regionali, ma se la comunicazione ministeriale indica come sicuro ed efficace un vaccino – comunicazione data solo sull’esistenza di evidenze che la documentano – non   può essere messa in discussione, a meno di prove contrarie certe. Il vaccino è l’unica arma a livello di popolazione veramente efficace. Gli atteggiamenti negazionisti sono a mio avviso deleteri.  Ancora una volta il buon senso dovrebbe guidare le scelte”. 

Dottore, Lei oltre che medico è un noto comunicatore scientifico. Come valuta questa “infodemia” sul Covid a cui assistiamo ancora quotidianamente su tutti i mezzi di informazione?

“In effetti abbiamo assistite a diatribe poco comprensibili dall’utente comune e spesso foriere di confusione più che di chiarificazione.  L’informazione avrebbe dovuto essere certificata a livello centrale, dal ministero della Salute.  Il che non significa censura, ognuno può esprimere il suo parere, ma chi parla a di fuori del “bollino blu” ministeriale lo fa a suo rischio e pericolo”. 

Il Covid ha dato una propulsione forte al ricorso alla telemedicina. Lei stesso ha recentemente moderato alcuni webinar realizzati dal gruppo Axenso/Clinicalbit dedicati a questa tematica. Qual è la sua opinione su questa metodica di relazionarsi con il paziente?

“Sono convinto che la telemedicina rappresenti una via di uscita non solo o non tanto per la pandemia, ma per tutta una serie di eventi che rendono difficile l’accesso allo studio del medico, dai trasporti, al parcheggio, alle attese. Sono elementi che dobbiamo cercare di governare. La telemedicina è fondamentale per tutto quello che può essere gestito a distanza. Un buon 30% dei miei pazienti che vengono in studio ha solo bisogno di mostrare le analisi o parlare di un problema dove la visita, intesa come esame obiettivo, non è necessaria, si pensi ad esempio a un paziente che lamenta dolori articolari già noti. In questi casi basta una televisita.

“Il limite della telemedicina, con una comunicazione a distanza e non in presenza, può riguardare la difficoltà nel riuscire a tramettere un senso di conforto al paziente. Tuttavia, i pazienti vanno anche abituati a una nuova metodica di assistenza. Non dimentichiamoci che oggi ci confrontiamo con pazienti settantenni abituati a utilizzare computer e smartphone per videochiamate.  

“La telemedicina offre poi altre possibilità e mi riferisco al teleconsulto per confrontarsi con un collega magari avendo il paziente in studio, facilitando così la condivisione di informazioni.

Chiudo il cerchio sottolineando come oggi, proprio grazie alla possibilità di inviare dati, non ha più senso che un paziente debba recarsi di persona a ritirare delle analisi in un laboratorio. Un utilizzo più esteso della trasmissione telematica faciliterebbe la vita a tutti”.

 

Chi è Carlo Gargiulo
Nato a Roma, il 01 gennaio 1953, nel luglio 1976 si è laureato in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti e la lode. Nel 1977 è stato nominato Ufficiale medico presso l’Ospedale Militare di Roma ed ha iniziato l’attività di Medico di Medicina generale. Nel 1982 ha conseguito la Specializzazione in Chirurgia. Nel 1983 ha svolto servizio in qualità di chirurgo presso l’Ospedale militare da Campo del Contingente Italiano in Libano a Beirut. Nel 1990 ha frequentato il Cor.Ge.San (Corso di Gestione in Sanità) presso la SDA-Bocconi di Milano. Attualmente è tutore di formazione per i tirocinanti in Medicina Generale. 
 
Come divulgatore scientifico, ha collaborato, in qualità di medico in studio, alla trasmissione “Elisir”, contribuendo alla redazione della parte scientifica del programma. 
Ha diretto le riviste Farmacia 33 e Agenda della Salute, ha curato per gli Editori Riuniti la collana di libri di divulgazione “Il medico di famiglia“. Ha pubblicato “La lunga vita di Elisir“, insieme a Michele Mirabella e a Patrizia Schisa. Successivamente ha scritto” Influenza A: niente paura”, “Helicobacter Pilory, benedetto il giorno che t’ho incontrato!” con il prof. Dino Vaira e “Mai più sotto pressione” con il prof. Claudio Borghi. Da ultimo ha pubblicato, insieme a Marina Biglia, sempre per Mondadori, il libro “Togliamoci il peso”. Viene regolarmente invitato come medico e comunicatore a trasmissioni in cui si parla di salute ed è spesso chiamato in qualità di moderatore a conferenze stampa, meeting, tavole rotonde, webinar e talk show.
E’ membro per l’Italia della giuria internazionale del premio fotografico “One Vision”, una foto contro l’AIDS
Ha due passioni, oltre la Medicina: l’informatica e lo sci.

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