Pubblicato il: 2 Apr 2021

Giorno della Memoria per gli operatori sanitari, ipocrisia di Stato?

Danilo Ruggeri

“Simulazione di virtù, di devozione e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. E’ la definizione del vocabolario Treccani del termine ipocrisia. Il termine forse più calzante per connotare l’istituzione il 18 marzo del Giorno della Memoria, dedicato ai tanti operatori sanitari che hanno perso la vita pur di assistere i pazienti con Covid-19. Ipocrisia perché ancora a oggi gli indennizzi annunciati dal precedente esecutivo Conte devono essere normati da una legge. Vero è che il governo Draghi si è impegnato a trovare la copertura finanziaria con il DDL 1861 che inizialmente inserito, ora è stato ‘stralciato’ per ottenere l’approvazione nelle apposite commissioni. Ma con quale tempistica?

“In attesa che l’iter legislativo sia completato, vorrei sottolineare che si tratta di una vera e propria richiesta di solidarietà sociale – afferma il presidente dell’Ordine dei medici di Milano (OmceoMi), Roberto Carlo Rossi –. Bisogna infatti riconoscere concretamente il sacrificio di tutti i moderni ‘militi ignoti’ che ormai da molti mesi hanno spontaneamente scelto di immolarsi, nonostante la mancanza di dispositivi di protezione individuali e nonostante la consapevolezza di esporsi ad un contatto diretto col virus.  Al di là di uno stretto rapporto di causa medico-legale, ovvero della precisa individuazione patogenetica circostanziale, ci sembra corretto che si risarciscano i superstiti di chi ha perso la vita o direttamente chi ha contratto il virus con conseguenti lesioni permanenti”.  

“L’Ordine – gli fa eco il consigliere Giuseppe Deleo – avverte naturale e spontanea la necessità di contemplare legislativamente questa norma di equo indennizzo, da corrispondersi per esempio nel consolidato canovaccio della Pensionistica Privilegiata di Stato, nota come causa di servizio. Tutto ciò, come sottolineato anche dal presidente Rossi, a prescindere dall’individuazione del preciso momento infettante e dalla eventuale sussistenza di concause”.

Ma proprio sulle concause, ritorna con forza il termine ipocrisia, alla luce dell’inchiesta realizzata dai giornalisti della trasmissione “Fuori dal coro”, relativa alle mascherine FFP2 acquistate a marzo 2020 dalla Cina, incluse in una commessa da 1,2 miliardi di euro voluta dal commissario Domenico Arcuri. Annalisa Grandi, che ha condotto l’inchiesta, ha portato alcune mascherine a campione di quella commessa in un laboratorio d’analisi per verificarne la conformità ai requisiti richiesti secondo la normativa vigente. Non in un laboratorio qualsiasi, si badi bene, ma alla Fonderia Mestieri, di Torino, che è l’unico laboratorio italiano qualificato da Eurofins, ossia l’ente accreditato dal ministero della Salute per svolgere questo tipo di analisi. Dai test effettuati è emerso che quei dispositivi di protezione individuale non possono essere certificati secondo l’attuale norma di legge. A fronte di una capacità di penetrazione massima del 6% ammessa della normativa attuale, le mascherine a campione analizzate a Torino hanno evidenziato una penetrazione delle particelle tra il 50 e oltre il 70%. Nel dettaglio, i test sono stati effettuati con due sostanze differenti. Alla prima prova con l’olio di paraffina, è stata evidenziata o una capacità di penetrazione del 73,99% mentre alla seconda prova effettuata con il cloruro di sodio la capacità di penetrazione è stata del 50,98%. Queste mascherine, quindi, non sarebbero potute essere utilizzate nel nostro Paese. Eppure, non solo sono state distribuite, ma sono state assegnate agli operatori di alcuni ospedali del Friuli Venezia Giulia il 27 maggio scorso. La consegna è stata effettuata dalla Protezione civile. Risultano essere state prodotte dalla Wenzohou Husai e importate dalla Wenzhou Light, una delle società scelte dai tre intermediari italiani sotto indagine della magistratura. Sono costate 2,16 euro l’una.

Non soltanto, quindi, nella prima ondata della pandemia gli operatori sanitari si sono trovati privi di dispositivi di protezione, dato che le strutture sanitarie del Bel Paese erano sguarnite di questi ausili fondamentali, ma adesso si scopre che i dispositivi recuperati a caro prezzo, su cui si è consumata una piece teatrale con proclami di capacità di approvvigionamento esemplare, non erano neanche a norma, il che vuole dire che non servivano a proteggere dall’infezione. Per gli operatori sanitari così oltre il danno, anche la beffa di sentirsi chiamare eroi, quando sarebbe stato più onesto da parte di questi politicanti improvvisati indicarli con una definizione drammaticamente più consona alla realtà: carne da macello. La magistratura si sta muovendo e vedremo quali saranno gli esiti. Ma resta comunque un fatto: l’ipocrisia di stato.