Pubblicato il: 27 Lug 2020

Le tossine vegetali: effetti clinici e trattamenti

Francesca Assisi, Paola Moro

Centro Antiveleni Ospedale Niguarda, Milano

Molte delle tossine di origine naturale sono oggetto di studio sin dai tempi più remoti, ma solo di alcune si conoscono la struttura chimica e il meccanismo d’azione. Le manifestazioni cliniche causate dall’esposizione a una specie velenosa dipendono dal tipo di tossina contenuto e dalla sua concentrazione, che può variare in modo significativo in rapporto al tipo di habitat, coltivazione, al momento della raccolta e alla parte del vegetale coinvolto. Le varie specie vegetali contengono diverse sostanze in grado di svolgere un’attività biologica nell’uomo, con effetti benefici (azione terapeutica) o dannosi (azione tossica), dovuti alla caratteristica e alla quantità dei principi attivi presenti. 

In caso di esposizione a una pianta velenosa, la valutazione del grado di tossicità e delle relative manifestazioni cliniche è resa difficoltosa sia dalla variabilità del contenuto in principi attivi, che è differente nelle varie parti della pianta, sia dallo stato di maturazione. Inoltre, l’attività farmacologica della pianta può variare a secondo del grado di assorbimento attraverso il tratto gastroenterico ed essere modificata dal trattamento fisico effettuato dopo la raccolta come la cottura, l’essicazione o la macerazione.    Molte delle informazioni sulle proprietà sia curative, sia tossicologiche delle piante sono aneddotiche e legate a un uso tradizionale; è per questo motivo che le notizie diffuse da riviste, libri o siti internet possono essere discordanti e non corrispondere ai reali effetti clinici conseguenti al loro consumo nell’uomo

Il medico viene più frequentemente interpellato per ingestioni pediatriche di specie ornamentali, ma le intossicazioni più gravi coinvolgono generalmente gli adulti e sono dovute all’uso di piante selvatiche a scopo alimentare o di automedicazione: le specie officinali  sono utilizzate in modo improprio, oppure avviene uno scambio con specie simili, ma velenose, al momento della raccolta (figura 1).

Figura 1 – Parti delle piante che prevalentemente provocano intossicazione e sintomi principali riferiti. Dati del Centro Antiveleni Ospedale Niguarda, Milano

Si sono rivelate mortali, ad esempio, le ingestioni accidentali di colchico (Colchicum autumnalis) scambiato per aglio ursino (Allium ursinum) e di aconito (Aconitum spp) scambiato per radicchio selvatico (Lactuca alpina o Cicerbita alpina).

   Sono molto gravi anche le ingestioni di veratro (Veratrum album) scambiato per genziana (Gentiana lutea), di mandragora (Mandragora officinarum) scambiata per borraggine (Borago officinalis) e di belladonna (Atropa belladonna) scambiata per mirtillo (Vaccinium myrtillus) (tabella 1).

   Altri tipi di esposizione sono l’uso a scopo voluttuario delle specie ad azione stimolante o allucinogena da parte degli adolescenti e, più raramente, l’uso intenzionale delle specie velenose a scopo abortivo, suicidario o criminale. 

Le tossine contenute nelle piante velenose possono svolgere la loro azione lesiva solo nella zona di contatto (specie ad azione locale), oppure, dopo assorbimento dalla via di esposizione, colpire uno o più organi specifici (specie ad azione sistemica) causando delle intossicazioni anche molto gravi e potenzialmente mortali.

SPECIE A TOSSICITA’ LOCALE

Alcune piante svolgono essenzialmente un’azione irritante locale, determinata dal loro contenuto in ossalati di calcio, lattici, olii o altre sostanze che provocano un dolore urente delle mucose con possibile edema locale e sintomi gastrointestinali per ingestione. 

Nel caso di specie fototossiche, la reazione locale è scatenata dall’esposizione alla luce solare.

Piante come Alocasia spp., Philodendron spp, Anthurium, Spathiphyllum, Dieffenbachia spp e          Zantedeschia spp. (più nota coma calla) contengono ossalati di calcio insolubili: causano un dolore urente delle mucose con infiammazione e possibile edema locale, sintomi gastrointestinali per ingestione (figura 2).

Figura 2 – Piante contenenti ossalati di calcio insolubili

Piante quali Anemone Alpina, Euphorbiacee spp, Ficus spp,  Daphne spp, Ranunculus spp, Iris germanica, Hedera helix, Pyracantha, Ligustrum vulgare (vedi figura 3) contengono oli, lattici e altre sostanze irritanti che causano dolore locale, eritema, formazione di vescicole per contatto cutaneo, sintomi gastrointestinali per ingestione.

N.B. il lattice del fico così come gli infusi o i decotti preparati con le foglie (talvolta usati impropriamente come “abbronzante naturale”), può causare delle gravi ustioni, aggravate dall’esposizione alla luce.

Figura 3-Piante contenenti olii e lattici

SPECIE A TOSSICITA’ GASTROINTESTINALE

Le piante che contengono toxoalbumine o saponine determinano prevalentemente sintomi gastrointestinali, la cui insorgenza può presentarsi anche dopo alcune ore dall’ingestione e che possono essere, però, così severi da richiedere ricovero in terapia intensiva (figura 4). Le toxoalbumine sono proteine presenti all’interno dei semi resistenti agli enzimi proteolitici gastrici in grado di indurre severe gastroenteriti, anche emorragiche. Se assorbite possono danneggiare fegato e rene.

Figura 4-Piante contenenti toxoalbumine o saponine

* I semi, dei grani rossi con una macchia nera, sono usati per preparare rosari e collane ornamentali.

N.B.: l’olio di ricino contiene solo l’essenza oleosa e non la componente proteica tossica.

Phytolacca americana e ippocastano contengono, in particolare all’interno dei semi, delle saponine, sostanze che hanno un effetto irritativo, provocando vomito e diarrea in rapporto alla quantità ingerita. Tali tossine possono causare anche rottura degli eritrociti (emolisi), ma  dato che sono scarsamente assorbite dal tratto gastrointestinale, questa complicanza si può difficilmente verificare per ingestioni accidentali.

SPECIE A TOSSICITA’ D’ORGANO

L’azione tossica può manifestarsi in altri casi a carico di organi vitali, come il cuore, il sistema nervoso e il fegato, con effetti clinici particolarmente gravi; i sintomi delle intossicazioni delle specie ad azione sistemica dipendono dal tipo di tossina coinvolto e dall’organo principalmente colpito.

   Ad esempio:

– la digitale, il mughetto e l’oleandro contengono dei glicosidi cardioattivi che causano rallentamento del battito cardiaco fino all’arresto.

– la belladonna, la mandragora, lo stramonio contengono degli alcaloidi con azione anticolinergica, che causano agitazione, allucinazioni e, nei casi più gravi, convulsioni e coma.

– la cicuta determina paralisi della muscolatura con insufficienza respiratoria, ipossia e morte. 

Esempi di specie a tossicità sistemica

Colchicum Autumnale

Il nome deriva dal greco kolchikòn riferito alla Colchide, nome greco dell’attuale Georgia, patria di Medea, che secondo la leggenda usò questa pianta per avvelenare i suoi figli. È una pianta erbacea perenne, bulbosa che fiorisce in autunno (settembre-ottobre) quando tutte le foglie sono scomparse. I fiori, ermafroditi, sono formati da sei petali oblunghi, lanceolati di color roseo-violaceo; sono scambiati, a volte, da raccoglitori inesperti, per fiori di zafferano da cui il nome volgare di zafferano matto. In primavera presenta 3-4 foglie lanceolate lunghe 30-40 cm, di colore verde intenso e margine regolare. Dopo la loro emissione, si sviluppa il frutto, costituito da una capsula ovale, contenente molti semi rugosi. In questo periodo dell’anno è confondibile con l’Allium ursinum, non tossico, con cui condivide l’habitat e da cui si distingue per l’assenza totale di odore agliaceo e per il sapore acre e amaro; anche le foglie sono diverse, quelle dell’Allium hanno uno pseudo picciolo. Anche per ingestioni accidentali di piccole quantità, oltre agli iniziali sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, dolori addominali e diarrea), dopo circa 24 ore compare anemia, con riduzione dei globuli bianchi e dei fattori della coagulazione dovuta all’azione di depressione sul midollo osseo, perdita dei capelli e alterazioni a carico di tutti gli organi vitali. In relazione alla dose ingerita, l’intossicazione può portare al decesso nel giro di pochi giorni.

Figura 5-Somiglianze tra Colchicum in primavera e Allium ursinum

Sia il Colchicum autumnale, sia la Gloriosa superba (figura 5) contengono l’alcaloide colchicina, presente in tutte le parti, ma particolarmente concentrato nel bulbo. La colchicina ha un’azione antinfiammatoria che è usata per curare la gotta e le poliartriti.

Figura 6 – Piante contenenti colchicina

Esempi di specie ad azione cardiotossica

Digitale, oleandro, mughetto

La digitale, il mughetto e l’oleandro (figura 7) contengono dei glicosidi cardioattivi che causano rallentamento del battito cardiaco fino all’arresto cardiaco. Contengono dei glicosidi cardioattivi in concentrazione variabile. Ai primi sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, dolori addominali) seguono il sopore, la bradicardia (caratteristico è il blocco atrioventricolare, di vario grado sino all’arresto cardiaco), l’ipotensione e un marcato aumento del potassio nel sangue.   In caso di intossicazione severa da piante contenenti digitale può essere necessario usare sostanze con azione antidotica (Fab antidigitale).

Figura 7 – Piante a tossicità cardiaca (digitale, oleandro e mughetto)

Aconito

Il nome del genere “Aconitum” deriva dal greco akòniton (pianta velenosa) (figura 8). La sua pericolosità è nota sin dall’antichità, infatti, era usato per avvelenare le punte delle frecce e cacciare i lupi con carne avvelenata. Plinio la definisce “arsenico vegetale”.  Diverse specie, appartenenti al genere Aconitum, crescono nei boschi e nei prati delle Alpi e degli Appennini, sono piante perenni. L’Aconito contiene, in ogni sua parte ma soprattutto nelle radici, delle tossine (alcaloidi terpenici, norditerpenici), come l’aconitina.

L’ingestione di aconito (spesso scambiato per Lactuca alpina), determina pericolose intossicazioni che si presentano con parestesie, dapprima a carico dall’orofaringe e in seguito diffuse agli arti superiori e al tronco, senso di malessere generale, con senso di angoscia accompagnato da vomito, dolori addominali e diarrea. 

Veratro

Il nome del genere “Veratro” deriva dal latino “verum = veritiero”; si credeva che, se ingerito, fosse in grado di controllare gli stati di agitazione presenti nelle malattie mentali e nell’epilessia.  La polvere del rizoma era prescritta dai medici (fino al 1500) per curare anche la paralisi, la sciatica, come emetico e catartico. Ne fu abbandonato l’uso per la sua pericolosa azione tossica. Ha un sapore acre, amaro e irritante, inoltre contiene diverse sostanze alcaloidi: protoveratrina germerina,  protoveratridina. Nelle specie di Veratrum nelle nostre regioni (figura 8) non è presente la veratrina, presente invece nelle specie messicane. Tutta la pianta è tossica, in particolare il rizoma e le radici che, quando la pianta non è fiorita, possono essere scambiati per Genziana.

L’ingestione provoca sensazione di bruciore in bocca con perdita di sensibilità, salivazione abbondante, difficoltà alla deglutizione       accompagnati da nausea, vomito e diarrea.  Possono comparire anche fenomeni neurologici con agitazione e contrazioni muscolari, inoltre causa riduzione della pressione arteriosa (ipotensione), della frequenza cardiaca (bradiaritmie) e possibile arresto cardiaco. 

In queste intossicazioni la terapia è sintomatica con supporto della funzionalità cardio-circolatoria e respiratoria.

Figura 8 – Aconito e veratro

Esempi di specie ad azione cianogenica

I semi del mandorlo amaro, dell’albicocco, del prugno, del pesco e del ciliegio e l’ortensia (figura 10) contengono dei glicosidi (soprattutto amigdalina) che, per idrolisi a livello intestinale, liberano acido cianidrico, che legandosi ai citocromi impedisce la respirazione cellulare.  I primi sintomi dell’intossicazione sono gastrointestinali (vomito, severo e improvviso), seguiti da depressione del sensorio, acidosi metabolica con aumento della frequenza respiratoria (tachipnea), possibili convulsioni.

N.B. Ingestioni accidentali di pochi semi o foglie non sono da considerarsi pericolosi, perché sono necessarie quantità molto elevate per causare intossicazione. Non sottovalutare, però, i pazienti nei quali si manifestano i sintomi gastrointestinali dopo l’ingestione, specie se si tratta di bambini.

Figura 10 – Piante ad azione tossica sulla respirazione cellulare

Esempi di specie ad azione cianogenica

La belladonna, la mandragora, lo stramonio (figura 11) contengono degli alcaloidi con azione anticolinergica, che causano agitazione, allucinazioni e, nei casi più gravi, convulsioni e coma. In tutte le loro parti sono presenti, principalmente scopolamina, iosciamina e atropina e l’intossicazione è caratterizzata da arrossamento della cute, specie del viso, ipertermia, dilatazione della pupilla (midriasi), secchezza delle fauci (xerostomia), allucinazioni, agitazione/sopore,  coma, convulsioni, tachicardia, ritenzione urinaria.   Diversi casi di intossicazione sono dovuti al loro consumo come sostanze d’abuso da parte degli adolescenti.

Figura 11 – Piante ad azione anticolinergica

PRIMO INTERVENTO

L’identificazione con il nome botanico della specie ingerita è indispensabile per valutare correttamente il rischio tossicologico in ogni caso di esposizione a una specie vegetale.  I floricoltori, i giardinieri e gli operatori dei consorzi agrari sono generalmente in grado di aiutare i privati cittadini nel riconoscimento. Le piante commercializzate sono di più facile identificazione da parte di un fioraio, di solito hanno un cartellino identificativo con il nome scientifico; per le piante selvatiche è più complicato, occorre far valutare la pianta completa a un esperto botanico.

TRATTAMENTO

In caso di esposizione a una pianta potenzialmente velenosa, il trattamento dipende dalle caratteristiche della specie coinvolta, dall’età e dai sintomi presentati dal paziente, dalla via e dalle circostanze e dal tempo trascorso dall’esposizione stessa.

 Immediatamente dopo l’esposizione, l’intervento mira ad allontanare la sostanza potenzialmente tossica dalla via di contatto (decontaminazione) e alla prevenzione dell’assorbimento: il trattamento sarà tanto più efficace quanto più sarà precoce e corretto. 

Un intervento scorretto o ritardato sarà inefficace; un intervento inappropriato (ad esempio: provocare il vomito o somministrare latte o rimedi “casalinghi”) potrebbe essere addirittura più pericoloso dell’esposizione alla sostanza tossica stessa, causando inutilmente dei danni al paziente.

Le manovre di “primo soccorso” che possono essere effettuate al di fuori dell’Ospedale sono poche e semplici:

– in caso di contatto oculare: lavare abbondantemente con soluzione fisiologica o acqua fresca; non applicare colliri; se sono presenti sintomi irritativi persistenti (dolore, arrossamento, lacrimazione), sottoporsi a una visita oculistica;

– in caso di contatto cutaneo: lavare abbondantemente con acqua fresca e sapone neutro, non applicare pomate;

– in caso di ingestione: togliere delicatamente eventuali residui dalla bocca; non indurre il vomito; non somministrare bevande o alimenti.    

In alcuni casi, se il paziente è sveglio e su indicazione di un medico o di un Centro Antiveleni, può essere utile somministrare per bocca del carbone vegetale attivo in polvere sospeso in acqua (bambini da 1 a 12 anni: circa 1 grammo/Kg; ragazzi e adulti: da 20 a 50 grammi/ Kg).

È importante non aspettare che insorgano sintomi, ma contattare al più presto un Centro Antiveleni, riferendo il nome botanico della pianta, per valutare i possibili rischi e il trattamento più adeguato. Se si è già a conoscenza della tossicità della pianta o sono già presenti delle manifestazioni cliniche, è opportuno portare immediatamente il paziente in Ospedale. 

PREVENZIONE

Attualmente non esistono norme legislative che regolino la vendita e la messa a dimora delle piante ornamentali in Italia; per questo motivo sia il privato cittadino o un ente pubblico, è poco tutelato rispetto ai potenziali rischi di un’esposizione accidentale a delle specie velenose. 

In attesa che anche nel nostro Paese sia introdotta una normativa ad hoc, è importante che ogni specie presente in ambiente domestico o pubblico sia rapidamente e facilmente identificabile con il suo nome botanico e che, nel caso in cui si tratti di luoghi sicuramente frequentati da bambini o animali da compagnia (abitazioni, giardini pubblici, scuole, ecc.), siano disponibili, preventivamente, le informazioni sulla loro tossicità.     

È, inoltre, buona norma insegnare ai bambini a non strappare e a mettere in bocca fiori, foglie o frutti delle piante che trovano nei parchi e nei giardini: oltre ad educarli a rispettare l’ambiente si tutelerà anche la loro salute!

In caso di ingestione di una parte di pianta non nota, se non vi sono ancora sintomi, è prudente somministrare subito del carbone attivo in polvere sospeso in acqua, secondo consiglio medico. 

In caso di contatto cutaneo con specie irritanti è opportuno lavare la zona esposta con acqua e sapone neutro, mentre per l’ingestione può essere somministrato un protettore di mucosa per bocca, in attesa di un’eventuale valutazione medica.

Il riconoscimento botanico, da parte di un esperto, è sempre fondamentale e indispensabile per una corretta valutazione del rischio tossicologico in ogni caso di ingestione di un vegetale.

Attenzione alle similitudini

SPECIE TOSSICA/MORTALESPECIE COMMESTIBILE
Aconitum spp (mortale)Lactuca alpina
Colchicum autumnalis (mortale)Allium ursinum
Veratrum albumGentiana lutea
Phytolacca americanaArmoracia rusticana
Mandragora officinarumBorago officinalis
Atropa belladonnaVaccinium myrtillus
Spartium junceumAsparagus

CONSIGLI DA TRASMETTERE

Si deve sconsigliare la raccolta di piante medicinali spontanee per uso salutistico o di automedicazione per l’elevato rischio di uno scambio accidentale con specie velenose.  È’ utile conoscere nome botanico e tossicità delle piante d’appartamento che devono essere posizionate in luoghi difficilmente raggiungibili dai bambini.

E’ prudente che specie a tossicità elevata e/o con parti che possono facilmente attrarre l’attenzione dei più piccoli  (bacche o fiori colorati) non siano messe a dimora in parchi e giardini di scuole dell’infanzia e primarie e aree gioco.

Per saperne di più
L’elenco delle piante ornamentali velenose è consultabile  nell’opera in tre volumi elaborata con la collaborazione  del Centro Antiveleni di Milano e pubblicata dall’ISPESL. 
http://ispesl-oeav.linkback.net/repo/dml/quaderni-tecnici/item.00028


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