Pubblicato il: 21 Apr 2021

Vaccini anti-Covid-19 a vettore adenovirale tanto rumore per nulla?

Danilo Ruggeri

Per qualcuno siamo alle soglie del funerale dei vaccini anti-Sars-CoV-2 basati su vettori costituiti da adenovirus. Le ragioni sarebbero di ordine virologico-immunologico ed emotivo in primis. Ma forse non solo. “Da un punto di vista immunologico, gli adenovirus sono una vecchia conoscenza del nostro sistema immunitario, responsabili soprattutto di infezioni delle alte vie respiratorie, come il comune raffreddore”, ha spiegato il professor Carlo Federico Perno, direttore Microbiologia e Virologia, ospedale Bambino Gesù Irccs Roma, durante un web-meeting della serie Zoom-Covid19 organizzata dall’Unione nazionale medico scientifica di informazione (Unamsi). “Ognuno di noi ha anticorpi naturali contro gli adenovirus. Quando si inocula un vaccino contro Sars-CoV-2 basato su un adenovirus potremmo avere un effetto di rigetto da parte del sistema immunitario verso il vettore. Questa è una delle spiegazioni per cui i vaccini a vettore adenovirale  (AstraZeneca e Johnson & Johnson) sono meno efficaci globalmente rispetto a quelli a RNA messaggero (mRNA) (Pfizer-BioNtech e Moderna). Anche lo Sputnik-V, che utilizza due diversi vettori adenovirali, per quanto offra una maggiore chance di efficacia, è gravato dallo stesso problema. E’ quindi probabile che si andrà verso una sparizione dei vaccini a vettore adenovirale”, dice il professore.

Aspetti economici

Se a queste motivazioni tecniche per addetti ai lavori aggiungiamo quelle emotive che stanno portando a un sempre più frequente rifiuto del vaccino AstraZeneca da parte di molte persone, in seguito all’eco data dai media ai rarissimi effetti collaterali di trombosi trombcitopenica in distretti corporei inusuali, non è un azzardo dire che il destino dei vaccini adenovirali potrebbe essere segnato.  

Ma potrebbe esserci dell’altro ragionando in termini di mercato. Finora i 4 vaccini approvati dall’Ema prevedono una spesa intorno agli 11 miliardi di euro. Facciamo allora un esercizio di fanta-politica e partiamo dai dati noti. Quale sarebbe il danno economico che deriverebbe all’Unione Europea (UE) da uno stop al vaccino AstraZeneca? La Commissione Europea ha reso noto di essersi impegnata con la multinazionale farmaceutica anglo-svedese per l’acquisto di 300 milioni di dosi (più 100 milioni opzionali in caso di necessità). Stando alle cifre del contratto, reso noto dalla trasmissione Report, ogni dose costa 2,9 euro. Il costo complessivo per i Paesi Europei sarebbe di 870 milioni di euro per l’acquisto delle dosi previste senza contare quelle opzionali. 

L’acquisto del vaccino  Pfizer/BioNtech, il cui costo per dose è di 15,5 euro, comporta per l’Europa una spesa potenziale è di almeno 4,6 miliardi, considerando che l’UE ha comprato 300 milioni di dosi  e opzionate altre 200 milioni per gli Stati membri e 100 milioni per gli altri Paesi. Anche per il vaccino di Moderna l’esborso previsto da parte della UE è di 4,6 miliardi di euro per 310 milioni di dosi (più 150 milioni opzionali) al costo di 15 euro a dose. L’UE ha, infine, pre-acquistato 200 milioni di dosi (più 200 milioni opzionali) del vaccino di Johnson&Johnson al costo di 7 euro per dose per una spesa stimata in 1,4 miliardi di euro. 

Ricadute per l’Europa

Cosa accadrebbe allora da un punto di vista economico se il vaccino di AstraZeneca fosse rifiutato, come peraltro avvenuto in Danimarca? Secondo il contratto pubblicato dalla Commissione, Bruxelles si è impegnata, a nome degli Stati membri, a versare 224 milioni di euro alla casa farmaceutica dopo 5 giorni dall’inizio delle consegne di vaccini. Il resto dovrebbe essere versato a conclusione della fornitura, ma non è dato saperne di più perché la parte relativa a questo aspetto è stata oscurata.

A oggi, le circa 134 milioni di dosi consegnate da AZ ai Paesi Europei (secondo l’ultimo report dell’Ecdc) avrebbero un valore di mercato di circa 388 milioni di euro. Di queste ne sono state somministrate 115 milioni circa, e quindi circa 20 milioni giacciono ancora nei magazzini dei diversi stati.  Sulla base di questi dati, uno stop generale ad AstraZeneca manderebbe in fumo circa 60 milioni di euro. Va da sé che se si dovesse abbandonare un tipo di vaccino è necessario rimpiazzarlo con altri vaccini. L’ipotesi più ovvia (almeno stando ai prezzi) è che Bruxelles aumenti le dosi del vaccino J&J, che costa meno e richiede una sola somministrazione. La Commissione ha già di fatto sul tavolo la possibilità di far scattare un ordine di acquisto di altre 200 milioni di dosi, per un costo complessivo di altri 1,4 miliardi di euro. Se si dovesse invece optare per i vaccini a mRNA, sull’onda anche del recente stop & go al vaccino di J&J, il conto per il vecchio continente salirebbe a circa 3 miliardi di euro. 

L’Italia, stando al piano vaccinale di gennaio, aveva puntato in egual misura su Pfizer e AstraZeneca, privilegiandoli a Moderna e J&J. In particolare, AstraZeneca avrebbe dovuto garantire il maggior numero di vaccinati entro l’estate. Ma la situazione, come stiamo osservando, è in divenire. E già a inizio marzo il governo Draghi è corso ai ripari aumentando le richieste di scorte di altri vaccini con ulteriore esborso per le non pingui tasche dello stato. 

Il reale rischio di gravi effetti collaterali

Non c’è alcun dubbio che la salute dei cittadini debba essere messa in cima alle scelte di un governo. Ma le scelte vanno prese sulla base di dati e non per acquietare gli animi agitati da informazioni parziali e non intelligibili dalla maggior parte della popolazione. 

L’incidenza della trombosi trombocitopenica su base immune associata al vaccino e osservata, dopo una media di 5-24 giorni dall’inoculazione, specialmente in distretti inusuali come il seno venoso cerebrale, le vene mesenteriche, la vena porta, le vene epatiche, oscilla, a seconda dell’ampiezza delle casistiche considerate, tra 1 ogni 100.000 e 1 ogni 600.000 soggetti vaccinati. Questo evento è stato considerato simile alla HIT, la trombocitopenia indotta da eparina, sulla base del riscontro di autoanticorpi anti-fattore piastrinico 4 (PF4), in assenza però del trigger rappresentato dall’anticoagulante. La HIT è un effetto collaterale della terapia eparinica il cui rischio è compreso tra lo 0,5% e il 5% (in base alla tipologia di paziente) dopo uso di eparina non frazionata (ENF) e da 3 a 10 volte inferiore con l’uso di eparine a basso peso molecolare rispetto alla ENF.  Anche considerando il valore di rischio più basso della HIT, dell’ordine, quindi, dello 0,05%, si tratta di un rischio enormemente superiore al valore più alto di rischio (in base alle casistiche) della trombosi trombocitopenica associata a vaccino che è dello 0,00001%.

Una comunicazione corretta dovrebbe enfatizzare da un lato la reale dimensione del problema di questo effetto osservato in una minima frazione dei soggetti che hanno ricevuto il vaccino di AstraZeneca e dall’altro gli enormi benefici che questa immunizzazione apporta alla collettività. 

Il valore di una vita umana non potrà mai essere racchiuso in una percentuale, non si discute, ma in una condizione di rischio reale globale la razionalità deve prevalere sull’emotività, altrimenti il prezzo da pagare, non solo da un punto di vista economico, sarebbe inaccettabile.